Vivere le Storie : Marco Di Stefano

8' di lettura 05/05/2019 - Altra storia, altra vita artistica data al teatro e alla gente. Una chiacchierata che si protrae piacevolmente oltre l'ora e mezza.

Marco di Stefano ha iniziato a fare teatro a sedici anni, ora ne ha sessanta. Ben quarantaquattro anni di attività. Cominciò in Toscana ispirato dagli incontri col maestro Jerzy Grotowski e gli attori del suo teatro laboratorio. Fino al 1983 ha studiato in profondità il metodo Stanislavskij. Durante le tournée teatrali ha affrontato anche situazioni di grave pericolo personale, che gli hanno forgiato il carattere e dato forza. Una piccola svolta alla sua vita la dà trasferendosi nel 1983 in Danimarca, che per circa dieci anni diventa la sua base e lì, col gruppo da lui creato “Teatreth la Luna” insieme alla moglie Brigitte Christensen, lavora e sogna. Una collaborazione intensa quella con la moglie che andrà avanti fino al 1998. In questi anni nasce anche il Festival del teatro e cinema Internazionale di Amandola. Per assurdo Di Stefano diventa un pendolare tra Italia- Danimarca, con 1900km fatti avanti ed indietro in camion, infinite volte. Ma come nasce il Festival Internazionale di Amandola, un vero gioiellino per tanti anni?
“ Tutto è iniziato quando Avelio Marini,lungimirante amministratore amandolese, m'invita insieme a mia moglie a realizzare un progetto teatrale nella cittadina sibillina. Il Festival nasce e cresce in questo sodalizio artistico amicale, Marini, Di Stefano e Christensen. “

Sono gli anni d'oro del Festival quelli fino al 1998 che portano Amandola al centro della cultura internazionale, ad essere conosciuta in tutto il mondo. Son transitate in quegli anni centosettanta compagnie ad Amandola provenienti da tutto il mondo e si era creata un'atmosfera magica. Il Teatro della comunità era il cardine della struttura del festival, dove al centro dello stesso ci sono i cittadini coi loro racconti, le loro storie di vita vissuta. Ogni anno il Festival s'inaugurava con il teatro della comunità in spazi stracolmi di gente. Questa forma teatrale che Marco di Stefano aveva mutuato dall'esperienza di suo padre prigioniero in India, dove anche lì i racconti dei soldati diventavano spettacoli durante la sera, permette al performer toscano di costituire altri teatri della comunità, fino a crearlo addirittura in diciotto paesi del mondo. Uno dei segreti di questa forma di spettacolo, è l'intensità delle prove che si sviluppano nell'arco di due settimane, costruendo realmente una comunità di cittadini uniti e coesi nel raccontare e nel raccontarsi. Momento di forte unione commossa e partecipata. Il progetto è aperto a tutta la società civile e può includere da soggetti ospitati nei Sert, a quelli più abbienti, ai disoccupati, fino a raggiungere tutti; è un progetto politico che coinvolge la cittadinanza senza distinzioni. Un esercizio quotidiano di partecipazione democratica dal basso.
Ad esempio se ci sono due persone che la pensano in modo diverso, le metto in scena e le faccio dialogare. Cosa accade? Diventano amici.
Teatro della Comunità è anche stemperano le tensioni, riportare al centro l'uomo come protagonista della vita. A partire dall'anno 2000 sono ormai diciannove gli anni di collaborazione artistica con la sua attuale moglie TANYA KHABAROVA , danzatrice e coreografa russa premiata in tutto il mondo col suo gruppo Derevo( in russo albero).
Marco Di Stefano ha anche un lungo curriculum cinematografico come attore, formato da settanta film in cui ha partecipato, oltre ad essere docente allo European Film College in Danimarca. Inoltre vanta collaborazioni artistiche con Cinecittà World e partecipazioni a doppiaggi e programmi radiofonici e pubblicità (nell'anno 1997 era la faccia in tutto il mondo della Bmw e ultimamente della Lamborghini)
In tutte le produzioni cinematografiche alle quali ha partecipato, vi sono nate esperienze gratificanti che gli hanno permesso di conoscere grandi artisti di caratura internazionale. Ci tiene a dire però...
“Che in questo momento particolare in cui viviamo sono in controtendenza. Per me il ruolo dell'artista è quello di essere costruttore di ponti e non di muri, sempre e comunque. In una società dove la forbice tra le persone ricche e quelle povere è sempre più ampia, la vita dice che se non ti impegni in prima persona, non usciremo da questo pantano. La testa sotto la sabbia non la si può più mettere e bisogna far del bene e dialogare con gli altri.”
Solo attraverso punti di vista diversi, si può arrivare alla conoscenza e a nuove soluzioni insomma. Senza voler distruggere e demonizzare chi non la pensa come te, mi sento di aggiungere io.
In questi ultimi anni ha un'intensa collaborazione con Sandro dall'Omo, e insieme stanno preparando incisioni originali in atmosfera jazz e rielaborazioni di temi degli Skiantos. Oggi Marco Di Stefano vive ad Ardea nel Lazio con Tania e da lì parte per le sue tourneèè anche nelle Marche.
“Il prossimo teatro della comunità aperto a tutti e gratuito si terrà dal 22 di giugno al 6 di luglio, a Percile piccolo paesino nel Lazio a confine con l'Abruzzo e sarà il numero 101”, ci tiene a dirmi.
Quando però si tengono conversazioni piacevoli, capita di affrontare anche temi scottanti, ai quali Marco non si tira indietro, come quello sull'immigrazione.
“A volte, troppo spesso, s'instaurano paure indotte da attente campagne attraverso i mass media per creare tensione tra le persone, quando in realtà in Italia i problemi sono ben altri: l'occupazione, il lavoro, assistenza agli anziani, la sanità, i progetti sul futuro, i giovani...tutto ciò ha poco a che vedere con qualche immigrato in più o in meno; ma per non affrontarli spesso si creano dei falsi problemi. Nel Galles Brexit ha fatto breccia nei cittadini britannici, con l'idea che settantasei milioni di turchi stavano per invadere l'Inghilterra! Queste fake news hanno creato paura e avversione verso l'Europa. Di rimando in Italia si sono create molte false notizie sull'immigrazione per non affrontare i reali problemi del paese.”
Di Stefano è molto concentrato a portare avanti progetti sociali, dove la gente può esprimere pensieri senza censure. E' portatore del senso comune fra la gente, senza filtri. Attraverso il teatro della comunità si acquisisce autostima utile per tutti i progetti che il cittadino vuol realizzare nella vita.
Una voce molto interessante secondo lui, è quella degli anziani, che spesso stanno a casa e hanno una memoria che non possono più raccontare a nessuno.
Se prendiamo la Cina ad esempio, lì gli anziani sono molto rispettati e vengono messi al centro della famiglia per raccontare e tramandare le proprie esperienze personali alle nuove generazioni. Da noi manca una narrazione condivisa e il teatro della comunità è una possibilità. Mancano Racconti di vita vissuti, mancano album di famiglia. E ci sono vuoti enormi nelle nuove generazioni. Se le radici non sono salde, la persona è più fragile. La società odierna desidera uomini che non sono liberi ma semplici consumatori. Il teatro della comunità è per una cittadinanza sensibile, attiva, partecipe e democratica. “
Ma dove Marco ha lasciato il segno nella nostra regione?
Nelle Marche il teatro della comunità è stato realizzato ad Ancona , Porto Recanati, Fabriano, Camerino, Macerata, Civitanova Marche , Amandola, Ascoli Piceno, Grottammare, Ripatransone e San Benedetto del Tronto.
“All'elenco manca Fermo e sarebbe bello far partire un progetto anche nel capoluogo fermano”, conclude l'elenco Marco, non senza un piccolo sospiro. Quando sarà possibile mi chiede? Giro la richiesta direttamente al sindaco Calcinaro e al vice Trasatti.
Per chiudere però la chiacchierata, non potevo esimermi dal farmi descrivere qualche film che Marco ha contribuito a realizzare, anche come protagonista, nella nostra bella regione: L'uomo del Sogno, di Marussig; La favola contaminata di Pappalardo; “il Maestro degli errori” di Benfatti; e il “Ritorno” del regista danese Thorsen, in cui Marco interpretava Gesù Cristo. Curiosità? Tutti girati nei Monti Sibillini.
Poi la chicca...
“L'ultimo film me lo ricordo bene perché ero in compagnia di Monsieur Gerard Depardieu in “Saving the pig”. Commedia girata in Bulgaria, dove al protagonista (Depardieu) viene regalato un piccolo maiale per vincere la solitudine. Quando l'animale cresce in famiglia hanno un solo desiderio: farne tanta carne da mangiare. Così il protagonista scappa per andare in Turchia (dove il maiale è protetto) e incontra me. L'amicizia con Depardieu è "fuori dagli schemi”, mi dice per chiudere Marco. E aggiungiamo noi, fuori dagli schemi esattamente come Marco Di Stefano.
E come questa piacevole chiacchierata.


di Marco Squarcia
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 05-05-2019 alle 12:28 sul giornale del 06 maggio 2019 - 1968 letture

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