Mangiare gli insetti: ecco il cibo del futuro secondo l’UNIVPM

3' di lettura 11/03/2019 - Lo studio degli insetti edibili nasce dalla lungimiranza del Dipartimento di Agraria, che con i dati FAO alla mano, ha valutato che nel 2050 non ci sarà cibo sufficiente per tutti.

Questa mattina, durante l’ultimo giorno di Tipicità, si è tenuto un seminario dell’Università Politecnica delle Marche su un tema molto particolare: gli insetti edibili. Cosa ha portato il Dipartimento di Scienze Agrarie a considerare questa possibilità? Sicuramente per primo il cambiamento climatico che causerà dei danni alle già poche piante edibili, che non saranno in grado di adattarsi in maniera repentina al cambiamento. Dopodiché la presa in considerazione degli insetti edibili nasce dalla lungimiranza del Dipartimento, che con i dati FAO alla mano (ci saranno ben 9 miliardi di persone nel nostro pianeta nel 2050), ha valutato la crescita esponenziale della richiesta di cibo. Nel 2050 quindi, i prodotti alimentari non saranno più sufficienti per tutti. Per porre rimedio bisogna iniziare ad agire subito, è richiesta un’azione rapida da parte di tutti noi. Basti pensare che il 75% del suolo è già sfruttato e la temperatura sale in modo percepibile, si arriverà a un aumento di 1,5°C entro il famigerato anno 2050.

Non è difficile dedurre che la richiesta di cibo e proteine animali è in costante crescita, ma prima o poi non soddisferanno più le esigenze di tutti. È perciò opportuno iniziare da subito la ricerca di proteine “alternative”, ed ecco da dove nasce lo studio dell’UNIVPM. L’allevamento di insetti edibili comporta numerosi vantaggi, ma due di essi sono particolarmente rilevanti: le ridotte emissioni di gas a effetto serra e il minore consumo di acqua rispetto agli allevamenti zootecnici convenzionali. Come se ciò non bastasse, sempre più studi si stanno concentrando sulle caratteristiche nutrizionali degli insetti. Dai dati più recenti è emerso che gli insetti forniscono soddisfacenti quantità di energia, proteine e amminoacidi essenziali, ma anche un elevato contenuto di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi, sono una buona fonte di fibre e ricchi di rame, ferro, magnesio, fosforo e zinco.

Per noi italiani questa particolare dieta può sembrare assurda, ma è invece del tutto normale per molti paesi in Asia, Africa, Sud America e Australia. In Europa questo tipo di alimentazione risente della percezione negativa dei consumatori, che definiscono mangiare gli insetti un comportamento “disgustoso”. In realtà anche in Italia ci sono state testimonianze di insetti come cibo durante i due conflitti mondiali, e in fondo la reazione con cui si sta accogliendo questa prospettiva rivoluzionaria è la stessa con cui tempo fa venne accolto il sushi. Ci potrà allora sorprendere (e forse far inorridire) sapere che ognuno di noi ingerisce 500 grammi di insetti all’anno. Chi di noi non consuma il vino, la frutta, l’olio o non fa un aperitivo con lo Spritz? Tutti questi prodotti appena elencati e di uso quotidiano contengono tracce di insetti.

La grande domanda che si è posta l’UNIVPM è: come far superare il disgusto al consumatore? La risposta potrà sembrare banale: nascondendo la presenza degli insetti a livello visivo. Come per le alghe nel sushi, questa volta gli insetti verranno resi “non riconoscibili”, inserendoli quindi nei prodotti alimentari sotto forma di macinatura o farina. I ricercatori sono sempre al lavoro per sfruttare al massimo le potenzialità di questo alimento e studiano continuamente le nuove tecnologie per allevare gli insetti e assicurare la sicurezza dei mangimi e dell’alimentazione. Ma gran parte del loro impegno è sicuramente dedicato ai consumatori, per educarli a questo cibo del futuro.








Questo è un articolo pubblicato il 11-03-2019 alle 20:43 sul giornale del 12 marzo 2019 - 591 letture

In questo articolo si parla di attualità, tipicità, univpm, articolo, Silvia Cotechini

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