Vivere le storie : Don Cristian Bulai

18/03/2018 - Perchè si? Perchè no, diciamo noi. Siamo andati ad Amandola a trovare chi vive tra la gente, chi respira l'humus sociale e funge da guida spirituale e non solo. Abbiamo fatto qualcosa di diverso, abbiamo ascoltato una voce silenziosa ma potente.


Ci sediamo nei locali parrocchiali mentre fuori non smette di nevicare e Don Cristian si racconta.
Nato da una famiglia cristiana praticante rumena ha frequentato le scuole medie e il liceo, poi 2 anni di seminario maggiore. Ha conseguito le lauree in Filosofia e Scienze della comunicazione a Bucarest, teologia a Fermo e poi la licenza in teologia sacramentale ad Ancona.
Ha iniziato diversi progetti per la sua vita, ma sentiva che qualcosa sarebbe successo presto. Chiese al vescovo ausiliare della capitale mons. Cornel Damian di essere mandato all’estero per donare la propria persona come sacerdote. Tra le scelte possibili vi erano: Svizzera, Francia, Germania e Italia. Il vescovo lo ha invitato ha scegliere. La sua risposta è stata semplicemente:

Scegliete voi, basta che mi mandate in un luogo dove c'è bisogno di preti”.

A settembre 2010 è arrivato nella città di Fermo, dove ha vissuto per 3 anni e ha concluso i suoi studi teologici. Ha fatto esperienze pastorali a Casette D'Ete, Porto Potenza Picena, come diacono a Monte Urano e come sacerdote (un anno) sempre nel centro calzaturiero. Poi è stato invitato ad andare ad Amandola:

“Nel 2015 sono giunto ad Amandola e il Natale appena trascorso è stato il mio terzo Natale passato nei Sibillini. Fino a quel momento nel paese c'ero stato solo una volta e pure di passaggio!”, mi confessa.

Tornando indietro un attimo, qual'è stata la tua formazione e perché questa scelta?

“In Romania mi sono formato con i gesuiti durante l'università, poi ho perseguito durante gli studi’ il mio sogno di essere giornalista collaborando con alcune piccole testate o come opinionista in TV, dove parlavo di libri sopratutto su Mircea Eliade. Sul perché? Non ti so dire di preciso, mi è giunto questo pensiero in testa e nel cuore e l'ho seguito, ma è anche vero che ho incontrato tanti preti di grande spessore culturale e spirituale. Certo per essere preti valgono vari aspetti che hanno importanza, il bagaglio spirituale, quello culturale, non di meno quello famigliare. La valigia spirituale che porto sempre con me, contiene le domande fondamentali della vita, con risposte parziali, e una certezza: la realtà di un Dio che si è fatto fragile e che ci da l'esempio sul come affrontare la vita nei diversi aspetti che si presentano. Se poi vuoi sapere di più, probabilmente una piccola influenza (ride..) può averla avuta sulla mia scelta, il fatto che ho 22 cugini di primo grado e una quindicina di zii di secondo e terzo grado preti. Questo fattore è stato si importante, ma io ho scelto da solo all'università ed è stata dura. Infatti alla fine degli studi, mi è stata offerta una cattedra come assistente in storia delle religioni a Bucarest. Tante sono state le discussioni con i miei genitori che mi volevano vedere già sistemato in Romania (e stavo molto bene!). Ma io sentivo qualcosa dentro, perciò rifiutai e mi fidai di Dio. Tutto era abisso, mistero, ma la luce veniva dal senso profondo della mia vita davanti a un Dio che non ci ha creato invano. Ero sicuro di trovare altrove la mia strada, Dio mi spingeva ad abbracciare la fiducia in Lui, il Suo mistero accanto al mio, i pericoli di un senso che sta sopra agli uomini (molto spesso!) se vuoi fare il prete! (ride...). Culturalmente sono convinto che il senso della vita è proprio quello di dare un senso alla stessa”.

L’impulso profondo proveniente dallo studio della storia dei martiri rumeni, dalla verticalità della loro fede, lo stesso senso di fede che li ha portati al martirio, gli ha dato una spinta. La loro sofferenza e la loro testimonianza lo hanno fatto riflettere sulla dimensione profonda dell’umanità e l’importanza della fede nella vita. Mi confessa don Cristian:

“Le tracce dei martiri durante il comunismo mi hanno trascinato, affascinato e toccato profondamente. Quelle storie e quegli uomini, mi hanno fatto tremare il cuore nella carne. Se non avessi conosciuto le loro storie, il loro amore per Cristo e la Chiesa, non avrei conosciuto “qualcosa di prezioso” per la mia vita (che sembrava così oscura e misteriosa) e probabilmente non avrei scelto. La verticalità e lucidità della fede a confronto della storia mi hanno fatto discernere. Molti anni di carcere per quei martiri cattolici per poi essere uccisi, solo per la colpa di credere in Cristo, nella Chiesa, per essere in comunione con il Papa. “

L'invito e il mandato da parte del vescovo lo hanno portato in Amandola. Vive ad Amandola, celebra l’Eucarestia dove serve nelle parrocchie attive insieme ai parroci storici come Don Gino e Don Paolo ed è anche responsabile della parrocchia di Illice (Comunanza).

“Quando sono arrivato a Fermo ho potuto studiare molto e formarmi nel seminario, spero secondo il cuore di Gesù. Ho imparato tanto dalla storia dell'Italia e della Chiesa Italiana, (ricordo prof. Paolo Petruzzi che mi ha dato tanto in questo senso). Durante gli studi di teologia mi sono confrontato con due tipi di società e due tipologie del cristianesimo (Romania e Italia). L'Italia ha avuto notevole vantaggio nell'avere il Vaticano proprio a Roma, non subendo le influenze dei regimi come nell'Est Europa dove per la fede rischiavi di essere ucciso (mi riferisco a 40-50 anni fa). Io sono un prete cattolico e obbedisco al mio vescovo coerentemente alla mia scelta e promessa. La mia forma menti è quella di essere inviato dal vescovo e non faccio fatica a conformarmi, credo che è qualcosa che si ha nel sangue. Ho risposto con prontezza alla decisione del Vescovo, allora mons. Luigi Conti di venire in Amandola. Non ho motivo di pentirmi. Amandola, ha la sua storia, mi sono messo a studiarla, ma ogni amandolese ha la sua storia, mescolata con una storia di fede. Non esistono fedeli bravi e meno bravi, esistono uomini e donne che alla luce della fede cercano di vivere nella storia concreta, e noi sacerdoti siamo chiamati ad accompagnarli e insieme viaggiare nella storia alla luce di Gesù. Sto per diventare amandolese e illiceano!”.

Si dichiara un nonconformista nel pensiero, don Cristian, e non un avventuriero nella vita spirituale e civile ma cerca nel profondo delle cose la purezza avendo come modello la vita di Gesù.

“A Fermo pensavo di trovare un seminario che mette l’accento sulla responsabilità e libertà, e così è stato. L'auto formarsi nella libertà mi ha lasciato spazio per approfondire l'ambito culturale in cui mi trovo, e in questi anni ho scritto alcuni libri: uno sulla mono trinità, un altro con l’intervista tra diversi vescovi nei diversi continenti. In seminario ho passato molto tempo con me stesso. Venendo da un Paese straniero, all'inizio integrarsi non è stato facile, ma la preghiera e l'identità cattolica mi hanno molto aiutato. Non posso dire di aver passato tanti momenti di solitudine, perché ero sempre molto impegnato. Credevo e credo nel disegno di Dio. Devo molto poi a mons. Luigi Conti, e a coloro che hanno curato la mia formazione. La licenza in teologia l'ho conseguita ad Ancona, con una tesi su: "Il sacramento e la mitzva"e l'incontro tra cristianesimo ed ebraismo. Questa tesi è stata pubblicata da una casa editrice ebraica e la presentazione è avvenuta all'accademia rumena a Roma, davanti agli ambasciatori della Romania, ai rabbini, a giornalisti, docenti universitari e altri rappresentanti istituzionali. Pensare il contenuto della fede credo che sia un dovere, altrimenti si rimane bloccati e s’invecchia. Cercare e credere sono i verbi che devono accompagnarci tutta la vita, non possiamo separarli; sarebbe un fallimento umano prendere in considerazione solo uno di loro. Gesù faceva discernimento, pensava tanto, pregava e agiva. Lui è l’esempio”.


Quando è stato ordinato e ha capito di essere in un ambiente molto cattolico, si è sentito a casa.

Nella “diocesi” sibillina ho cercato di capire ed agire mirando sempre agli aspetti umani e spirituali. Ho trovato cristiani aperti ed accoglienti. Durante il periodo del sisma sono stato vicino alla gente, cercando con loro di recuperare la fiducia in Gesù, un Dio che si è fatto uomo affrontando le fragilità terrene. La canonica dove abitavo nella frazione di S. Pietro è stata distrutta dal terremoto e come lei anche tante case di gente umile che ha sudato una vita intera per costruirle; poi anche molte chiese sono state lesionate e questo mi ha si spaventato, ma non deviato dalla mia missione. In tutto ciò mi ha fatto un particolare effetto la Madonna dell’Ambro che ora stanno ricostruendo, però ho pensato che la Fede ci avrebbe aiutato a risollevarci cosi come ha permesso a Cristo mentre lo crocifiggevano, di non impazzire. Attraverso la fede ho trovato anche io la pazienta e forza nei segni di Dio. Con il terremoto ho fatto esperienza del limite, ma anche della forza dell’eternità che ci aspetta! Il fatto che sono vivo significa responsabilità cosi mi sono messo al lavoro in campagna cercando di rimettere a posto un giardino e una casa della parrocchia (non terremotata) per dare la possibilità ai giovani della diocesi di passare un po’ di tempo, in silenzio, nel cuore dei Sibillini. Mi piace lavorare in campagna, mi diverto! La Chiesa come comunità riunita nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo mi ha fatto sentire a casa. In questi 3 anni ho fatto tante nuove amicizie, belle persone che mi fanno dire: sono a casa!”

Passando a temi attuali, come vedi il momento sociale che stiamo vivendo?

“I valori si perdono col tempo e se non ci nutriamo del Vangelo e del Magistero della Chiesa, è faticoso recuperarli. Le difficoltà portano a nervosismo generale e può capitare che qualcuno ecceda. Solo riproponendo i valori cristiani possiamo vincere la paura che albeggia in noi spesso nonostante una buona educazione ricevuta. Mi è capitato di ospitare nella canonica due migranti per un paio di giorni, uno dei due si è stanziato ad Amandola, l'altro è andato in Spagna. Ascoltare le loro storie, capire “il perché”, udire il loro grido di aiuto e allo stesso tempo di speranza, può salvarci tutti e farci comprendere meglio cosa vuol dire “accoglienza”. La politica ha bisogno dei principi del Sacro, della fede, per essere a favore dell’uomo, altrimenti si perde, e come diceva un grande storico della religione (Mircea Eliade): ogni forma di vita senza i principi di una tradizione consacrata fortificata nel tempo e per questo sana, rischia di far impazzire l’uomo. L' Europa la vedo come un sedicenne che va via di casa per scappare ai genitori che cercano di insegnarlo ai principi della vita sana; entrambi torneranno come il figlio prodigo. Penso che stiamo vivendo un momento storico di purificazione del cristianesimo in Europa”.

Come vedi i giovani d'oggi, i ragazzi che frequenti?

“Mi sono trovato davanti giovani che mi guardavano un po' strano, come fossi diverso da loro e che mi chiedevano quanto tempo della mia vita abbia studiato, per scegliere di farmi prete (ride). Un pregiudizio, certo! Il prete secondo loro non studia e non si aggiorna; pensare che fino a 40 anni fa il prete era considerato un maestro, ora la visione è rovesciata. La storia particolare dell'Italia ha creato un divario tra le generazioni e la fede. Li ha resi distaccati, e poi l’effetto reazionario è espresso nella confusione. Loro sentono che hanno perso qualcosa di essenziale, non riescono a capire, entrano in crisi e si ribellano. Per me è solo un effetto dovuto alla perdita di memoria, di cultura, di cristianità, che adesso stiamo faticosamente cercando di recuperare. Non bisogna portare avanti una filosofia teologica che li divida in buoni e cattivi, e qui l’enciclica Amoris Laetitia ci insegna tanto. Come gli amandolesi adulti, anche i giovani hanno un grande cuore e chiedono affidabilità, una presenza di spirito forte, e la verticalità della fede. Nei purtroppo, pochi incontri tra religioni diverse fatti ad Amandola, i giovani hanno partecipato numerosi, senza pregiudizi alcuni!!! L’incontro tra le fedi diverse non porta al relativismo religioso, ma alla scoperta dell’identità ed è un fatto molto positivo”.

Il papa è una figura ormai di riferimento per tutti, aldilà della fede, credi ci sia bisogno di più Chiesa come la intende Francesco?

"Solo in un contesto di fede si può apprezzare Papa Francesco e m'incuriosisce che molti “atei”, lo apprezzino. Papa Francesco è un uomo di grande spiritualità cristiana. Tramite lui, Gesù si fa concreto e lo Spirito Santo ci invita alla riflessione. Gesù non è un “bonaccione”, ma quando ha qualcosa da dire, attraverso la Scrittura, la dice. Pensate al racconto del tempio, oppure all’ultima cena quando dice in faccia che sarà tradito!
Penso che la Trinità ha fatto un regalo a tutta la Chiesa e all'umanità attraverso il Papa Francesco. Chi lo critica, da parte cristiana, (anche se la fa in "buona fede) penso che ha un grande problema di spiritualità. É necessario per chi lo critica prendere Il Vangelo e rileggerlo. Personalmente mi ha aiutato tanto a riflettere sui singoli casi, come nei divorzi o nelle coppie di fatto ed altro. Papa Francesco non è un rivoluzionario, lui riprende tanti aspetti della vita della Chiesa che esistevano e a causa del cambiamento culturale a volte è venuto meno, ma non è niente di nuovo. Ogni Papa ha questa missione, di discernere e indicarci la strada verso una fede lucida, verticale. Io cerco di seguirlo e mi fido del Magistero della Chiesa."

Progetti futuri?

“Lavorare ancora di più con le persone, tra pazienza e ascolto proponendo la figura di Gesù come maestro di vita. Chiudo con una metafora: ogni uomo è come una nota di un pianoforte che aspetta pazientemente il proprio suono, fino a quando non incontra Dio.”

Con queste parole Don Cristian esce dall'oratorio in cui ci troviamo sotto la neve che cade e torna a studiare ed escogitare nuove forme per la divulgazione della figura di Gesù.

https://www.ibs.it/libri/autori/Cristian%20Bulai


di Marco Squarcia
redazione@viverefermo.it






Questo è un articolo pubblicato il 18-03-2018 alle 15:41 sul giornale del 19 marzo 2018 - 4375 letture

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