Vivere le storie, Amandola : Banjougou Kani Dembele per gli amici Bali

18/08/2017 - Classe 1996, maliano. Uno dei tanti ragazzotti partiti da un paese straziato da guerre, epidemie e corruzione e arrivati qui da noi. Gli occhi pieni di speranza e il cuore svuotato dai propri affetti.

E’ l’anno 2012 precisamente il 27 gennaio, quando l’appena sedicenne protagonista di questa storia, parte da casa sua in Mali con altri connazionali e arriva prima a piedi poi in auto, fino all’Algeria. Qui cominciano i primi guai: la polizia ferma il gruppo e arresta tutti, perché potenziali militanti dell’Isis che stava nascendo. Volevano rimpatriarli, ma nessuno di loro voleva dato che nel Mali era tutto un caos infinito con 15 milioni di persone e 8 regioni coinvolte. Nemmeno Bali poteva tornare indietro. Fece una settimana in galera, tra mille domande in francese e interrogazioni continue. Finalmente riuscì ad essere scarcerato e una volta fuori venne aiutato da un algerino che gli dette da mangiare e un posto caldo per dormire. Il giorno seguente a piedi è arrivato fino in Libia, passando per il deserto. Alla frontiera però c’erano ancora i militari ad attenderlo, che lo hanno sbattuto nuovamente in prigione. Fortunatamente è stato avvistato da un generale libico, che vista la grande stazza e il fisico prestante, ha deciso di prenderlo in servizio in casa sua come tuttofare, dove è rimasto un anno circa. Poi anche in Libia la situazione è diventata pesante e col suo amico generale, avevano inizialmente pensato di scappare a Bengasi, ma Bali si è rifiutato perché aveva paura, troppa paura della guerra. Non voleva più rimanere nel continente africano e nelle sue rare uscite dalla casa infatti aveva sentito parlare altri ragazzi come lui dell’Italia, un posto raggiungibile e accogliente. Qualche giorno dopo è riuscito a salpare per il nostro paese, con 900€ pagati agli scafisti, un barcone con 135 persone a bordo e tanta speranza. Partito da Tripoli ha vissuto delle esperienze pesantissime per arrivare fino a Lampedusa. Gli scafisti a turno li picchiavano prima di farli salire sul barcone, un po’ per gusto un po’ per tenerli buoni. Il peggio però è venuto poi sul barcone stesso, dove ha visto tanta disperazione e miseria unirsi insieme. Hanno addirittura rotto il motore poco dopo essere partiti, così gli scafisti son dovuti andare a sostituirlo. Si perché il viaggio è stato fatto senza accompagnatori, ma erano gli stessi profughi a navigare nelle acque del Mediterraneo. Dopo sei giorni terribili senza cibo, bevendo l’acqua del mare o addirittura la propria urina, sono giunti in Italia.
Insieme a Bali vi erano anche tante mamme e bambini, arrivati stremati ma vivi, grazie anche all’aiuto incondizionato di ragazzi come lui, spinti dalla solidarietà e dall’altruismo. 
In Sicilia sono stati identificati, schedati, controllati e dopo due giorni lui è partito per un centro di Roma, dove è stato pochissime ore, dato che la sua destinazione era stata già decisa: Amandola. 
Così è stato messo su un bus in direzione Fermo e lì spedito, insieme ad altri ragazzi africani tutti molto giovani. 
Giunti a Fermo sono stati prelevati da mezzi vari e trasportati nei centri d’accoglienza dislocati sul territorio; Balì è arrivato ad Amandola il 15-5-2014. Non parlava italiano, solo francese, quindi la comunicazione era molto precaria, così come la sua iniziale permanenza nella casa della Perigeo, l’associazione che gestisce il centro amandolese. Dopo un adattamento difficile, con la gente che era anche diffidente nei loro confronti, hanno iniziato a fare dei corsi d’italiano e delle lezioni che sono risultate molto utili soprattutto a Bali. Qui le procedure per i documenti sono state lunghe e complesse, ma ad inizio 2016 finalmente ha ottenuto il permesso di soggiorno. Bali è potuto così uscire dal centro e vivere una vita propria, ma non fuori dal bel paese, bensì lì dove si sentiva già molto meglio. Infatti molte persone lo hanno nel tempo avvicinato, si sono affezionate a lui, ha iniziato ad essere parte di Amandola ed ha anche iniziato qualche lavoro. Così ecco presentarsi alla sua porta il destino, tramutato in una ditta amandolese che gli ha dato l’opportunità di poter lavorare con loro. Si è aperto il mondo per il giovane maliano, che piano piano è riuscito a prendere una casa comunale per conto suo nel centro storico di Amandola ed iniziare davvero una nuova vita. Tra tutte le cose che ricorda del 2016 c’è anche purtroppo il terremoto, una novità assoluta per lui e che ha sentito benissimo, per di più da solo. 

“Un rumore mai sentito, una sensazione spaventosa, più grande della guerra. Sembrava stesse finendo il mondo. Ho pianto tanto quelle sere”. E me lo dice coprendosi gli occhi. 
Dopo quel dannato 24 agosto ha lasciato la casa vecchia e si è trasferito per qualche tempo al Casolare, luogo adibito al centro per immigrati in cui aveva già vissuto. In seguito ha preso in affitto un piccolo villino vicino l’ospedale e tutt’ora è lì che vive sereno.
Da qualche mese ha la residenza in Amandola e quindi la cittadinanza italiana con tanto di carta d’identità. 
E non è finita. Ha la sua bici su cui sale spesso e guida la macchina, che si è comprato coi soldi del lavoro e con la quale ha girato le nostre Marche che trova meravigliose.  Si è fatto tanti amici che lo ospitano a cena o che vanno da lui per passare una serata, esce e si trova bene con gli amandolesi.
“Ora sono amandolese anche io e sono contento”, mi dice.  
Vuole ripartire da qui. 
Se è arrivato dov’è ora però, è merito anche di chi ha saputo essere lungimirante ovvero l’amministrazione comunale col sindaco Marinangeli in testa, vista l’importante convenzione stipulata con la protezione civile per inserire i rifugiati in lavori socialmente utili. Volontariato verso il prossimo, pulizia delle strade o manodopera durante gli eventi cittadini(Basketball for Africa, Filofest, Parrocchia); un’azione coordinata dall’assessore Scirè, molto favorevole a tutta l’iniziativa. 
E la sua famiglia, gli chiedo però ad un certo punto. Gli manca? 
“Tantissimo. Ho un fratello e una sorella più piccoli che sono in Mali coi miei genitori. Mio papà è un contadino, mia mamma una casalinga, mentre i fratelli studiano e il maschio andrà anche all’università quest’anno.”
Non mi dice i sogni nel cassetto che ha, ma percepisco che ne ha tanti ancora da realizzare e magari tra questi c’è anche quello di vedere il suo paese in pace e poter riabbracciare cosi liberamente i suoi familiari.  Sentirli per telefono senza poterli mai vedere, a 20 anni è una prova di enorme coraggio che noi non possiamo capire se non la proviamo sulla nostra pelle. 
Lui però si ritiene molto fortunato, perché ce la sta facendo e anche la sua famiglia è molto orgogliosa di lui. Perché in fondo se lo vogliamo, possiamo farcela tutti. 
Lo lascio con la promessa che una sera mi inviterà a cena per farmi assaggiare il famoso cuscus o la pasta al sugo di arachidi che cucina con tanta maestria. 
Per realizzare gli altri grandi sogni c’è tempo. 


di Marco Squarcia
redazione@viverefermo.it




Questo è un articolo pubblicato il 18-08-2017 alle 11:17 sul giornale del 19 agosto 2017 - 4804 letture

In questo articolo si parla di lavoro, amandola, vita, rifugiati, speranza, Mali, bali e piace a squazo87

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è http://vivere.biz/aMgA