Washington: professore originario di Porto Sant'Elpidio in finale per il Franco Strazzabosco Award

Marta Pallotto 11/10/2016 - Non è vero che il nostro cervello dopo la nascita subisce un decadimento inarrestabile. Ci sono neuroni che hanno la capacità di rigenerarsi anche nell’individuo adulto. Scoprire come e perché questo accade è l’obiettivo della ricerca di Marta Pallotto (nella foto), neurobiologa che oggi lavora come ricercatrice postdoc al National Institute of Health di Bethesda in Maryland, non lontano da Washington DC.

Marchigiana di Montecassiano, in provincia di Macerata, dove è nata nel 1981, la ricercatrice è una dei tre finalisti del premio Hogan Lovells Award in Medicine, Biosciences and Cognitive Science, promosso da ISSNAF, la fondazione che riunisce 4mila scienziati italiani che lavorano in Nord America. La premiazione si terrà durante l’evento annuale di ISSNAF in programma il 17 e 18 ottobre presso l’ambasciata italiana a Washington.

"Studio le connessioni del cervello, il segreto della potenza del cervello è nelle sinapsi – spiega Marta Pallotto – Il laboratorio in cui lavoro si occupa di sviluppare nuove tecnologie e metodologie in grado di mappare e analizzare le connessioni fra le sinapsi ad un’altissima precisione, da un punto di vista funzionale e anatomico". In particolare, la ricercatrice si è specializzata nello studio delle sinapsi del bulbo olfattivo, la prima “stazione” di rielaborazione delle informazioni degli odori, che vi arrivano dal naso col nervo olfattivo, per poi essere trasferite in altre aree del cervello. "Lì si integra una popolazione di neuroni che si rigenera anche nell’adulto – continua la ricercatrice – Voglio capire come questi neuroni rigenerati si connettono agli altri. Una ricerca che può dirci molto su come funziona il cervello e può aiutarci a capire i motivi per cui alcuni neuroni hanno il “potere” di rigenerarsi e altri no".

Al National Institute of Health Marta Pallotto può sfruttare diversi tipi di microscopi, tra cui due microscopi elettronici a scansione, ad elevatissima precisione (la risoluzione è superiore a 10 nanometri, in un millimetro ci sono un milione di nanometri) e dal costo di 500mila dollari ciascuno. "Siamo in quattro ricercatori ad utilizzarli, in Italia uno strumento di questo tipo solitamente è al servizio di un’intero centro di ricerca, e si può prenotare per poche ore alla settimana. Io ho potuto portare avanti esperimenti durati mesi, fotografando volumi di tessuto per visualizzare sinapsi in formato tridimensionale".

Dopo la laurea triennale in biologia all’Università di Camerino, è stata la lettura dei libri di Oliver Sacks ad accendere in Marta Pallotto la passione per il cervello. Così si è spostata all’Università di Torino dove ha conseguito una laurea specialistica in Neurobiologia, con lode, come la precedente. Poi un master in bioinformatica, un dottorato in Neuroscienze fra Torino e l’università Pierre et Marie Curie di Parigi, collaborazioni con l’ateneo di Zurigo. Nell’ottobre 2012, dopo la fine del dottorato, è volata negli Usa, al National Institute of Health, dove ha vinto una borsa di studio che durerà fino al 2018. "Non mi ci vedo a tornare in Italia a lavorare – racconta – ma ci tengo a continuare ad avere un rapporto con il mio Paese, dove sono stata formata. Vorrei ridare indietro qualcosa di quello che l’Italia ha speso per la mia formazione".

Anche un altro marchigiano, Riccardo Lattanzi, sarà protagonista a Washington.

La risonanza magnetica è una tecnologia molto versatile: può farci “vedere” l’interno del corpo umano, ma può anche fornirci informazioni quantitative sulla struttura e la composizione dei singoli tessuti biologici. È proprio su questi ultimi aspetti che si concentra il lavoro di ricerca di Riccardo Lattanzi, associate professor alla New York University, nato nel 1975 a Porto Sant’Elpidio, in provincia di Fermo, nelle Marche.

Lattanzi è stato selezionato come finalista per il Franco Strazzabosco Award for Engineers, uno dei cinque premi che saranno consegnati da ISSNAF, la fondazione dei ricercatori italiani in Nord America, durante l’evento annuale che si terrà all’ambasciata italiana a Washington il 17 e 18 ottobre 2016. "Il mio progetto è finanziato dalla NSF, National Science Foundation, e oltre a me ci lavorano cinque collaboratori – racconta Lattanzi, ingegnere elettronico specializzato in bioingegneria –. Studio le interazioni dei campi elettromagnetici a radiofrequenza, quelli usati in risonanza magnetica, con i tessuti biologici. La forma dei campi elettromagnetici generati dai macchinari per la risonanza magnetica è influenzata dalla presenza del corpo, quindi può fornirci, per riflesso, molte informazioni sul corpo stesso. In sostanza, possiamo estrarre alcune proprietà del corpo umano usando misure del campo elettromagnetico".

Ad esempio, la conducibilità e permittività elettrica potrebbero essere usate come “biomarcatori” per la diagnosi di alcune patologie: "Nei tessuti tumorali queste due proprietà cambiano – spiega Riccardo Lattanzi – così potremmo scoprire dei tumori che non sono rilevati da altre metodologie, o stabilirne il grado di malignità in maniera non invasiva. Non solo questo: la conducibilità, ad esempio, è legata alla composizione biochimica della cartilagine e potrebbe aiutarci a diagnosticare patologie delle articolazioni nei primissimi stadi, quando i trattamenti medici sono più efficaci. La conoscenza delle proprietà elettriche consentirebbe anche di calibrare alla perfezione il sistema per la risonanza magnetica, per sfruttarne al meglio la potenza diagnostica, o di migliorare terapie cliniche, come, ad esempio, l’ipertermia oncologica".

Dopo la laurea in ingegneria elettronica a indirizzo biomedico, conseguita all’Università di Bologna nel 2000, Lattanzi ha lavorato come ricercatore fra Bologna e Pittsburg. Nel 2003 si è spostato a Boston, prima per un master al MIT (Massachusetts Institute of Technology), poi per un dottorato in ingegneria e fisica medica fra MIT e Harvard University. Nel 2008 il trasferimento alla New York University, dove ora ha il ruolo di associate professor. "Non sono scappato dall’Italia, ho studiato qui e poi ho accettato la migliore offerta di lavoro, che è capitata negli Usa – racconta –. Per ora non ho in progetto di ritornare in Italia, ma cerco di creare collaborazioni con il mio Paese. La comunità dei ricercatori italiani negli Usa è vasta e ha il potenziale di instaurare ponti nelle due direzioni, per aiutare sistema italiano a internazionalizzarsi e far scoprire a quello americano le tante eccellenze nostrane".


da Issnaf
Italian Scientists and Scholars of North America Foundation







Questo è un comunicato stampa pubblicato il 11-10-2016 alle 12:13 sul giornale del 12 ottobre 2016 - 20575 letture

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