Porto San Giorgio: all'arena cinema delle Magnolie, proiezione del film di Xavier Beauvois

29/08/2011 -

Martedì 30 agosto alle 21:30, all'arena cinema delle Magnolie di Porto San Giorgio, proiezione del film di Xavier Beauvois. Un'opera del 2010, che ha sollevato un enorme dibattito in Francia e in tutte Europa, e che oggi sembra ancora più attuale. Inizio alle ore 21:30. L'iniziativa è stata presa dalla Multimovie in collaborazione con il centro culturale Il Portico, il Club di Papillon Marche Sud e il Centro di soldarietà.



Una scena, forse la più significativa, che sembra un'opera del Caravaggio: sette monaci intorno ad un rozzo tavolo, in una stanza povera che fa da refettorio, da sala del capitolo, da luogo degli incontri. Tre raggi di sole si riflettono sui muri spogli ed essenziali. La macchina da presa che insiste e insiste, e insiste ancora, su quei volti. Su quelle rughe, su quelle pieghe, come se volesse scandagliare il profondo dell’anima e portare in superficie tutta la complessità d’ognuno. Sette uomini che parlano, pacati, sottovoce. Nessuno che sopravanzi il compagno. Non si ode null'altro. Sette uomini che non sono eroi, e che hanno paura. E che hanno coraggio, perché “Avere coraggio – scriveva Guido Gozzano – significa avere paura, perché senza paura non c’è coraggio”. Parole, ma soprattutto silenzi, e sguardi, che sono un altro modo di comunicare. Quanto ne sappiamo noi di quest’altro modo? Quanto sappiamo della profondità del silenzio? Una decisione va presa: restare in Algeria, oppure andarsene da quei luoghi colpiti dalla violenza. Insensata, brutale, assassina. E come tutte le cose importanti, le decisioni nei monasteri benedettini si prendono insieme.

Ansie e gioie vanno condivise, timori e tremori sono condivisi. Padre Christian è il priore della Comunità, ha 59 anni; padre Luc d’anni ne ha 82 anni, è stato un gran medico, ora è un gran monaco medico; ci sono poi padre Bruno, 66; padre Céléstin, 62; padre Paul, 57; padre Michel, 52; e padre Christophe, il più giovane, con i suoi 45 anni. Sono loro il cenobio di Thibirine, sul monte Atlante, in Algeria. Sono cistercensi. Ora et Labora è la loro regola. Sono d’origine benedettina. Pregano e lavorano in quella terra dai mille colori caldi. Sono monaci bianchi. Il loro ispiratore, Sant’Alberico, diceva che il bianco contiene tutti i colori. La loro origine è Citeaux (la Cistercium romana). Una vita fa. Anno 1996, Algeria. Al potere un regime corrotto, sul fronte opposto la GIA, un movimento terroristico islamico. La guerra civile è spaventosa. In mezzo, loro, arrivati un giorno dalla Francia. Sono lì, perché qualcuno li ha mandati lì. Non hanno alcun progetto se non quello di pregare e lavorare. Di costruire l’opera di Dio, di dar corso all’opera di Dio. E’ la quotidiana vita monastica, una Comunità immersa nella natura tra lavoro, preghiere, canti, pasti e impegno per il prossimo, secondo una ritualità capace di unire il cielo e la terra. Indissolubilmente. Di plasmare l’uomo nella sua integralità: corpo e anima. La preghiera incessante delle Lodi, la messa quotidiana, i campi da curare. E’ un fiume di grazia che alimenta la loro vita.

Eppoi aiutare, sostenere, e aprirsi alle tante necessità della popolazione. Aprirsi verso il prossimo: Tamquam Christus, come se fosse Cristo. La loro ospitalità: dove l’altro è un fratello non un nemico, un hospes e non un hostis, dove il Padre è il padre di tutti: dove l’Amen è seguito dall’Insh Allah! Il monastero è più in alto, sulla sommità della collina; più sotto c’è l’agglomerato di povere case abbarbicate al pendio. Ma nessuna divisione. Cristiani e islamici sono un corpo solo. Gli abitanti salgono al monastero, normalmente, per una visita medica, un consiglio, qualche piccolo lavoro. I monaci scendono per le feste religiose islamiche, per ascoltare gli anziani del villaggio e per dire la loro. “Voi siete il ramo su cui si posano gli uccelli”, spiegherà il capo villaggio al padre priore che gli ha comunicato le preoccupazioni per la violenza in atto. Dove trasferirsi, allora, dove andare, allora, se l’albero è stato piantato qui, da qualcuno, un giorno, e quell’albero ha sviluppato rami per i tanti uccelli? Dove andare? Il sacrificio è accettare le circostanze della vita così come accadono, è penetrare il presente chiedendosene il senso. E farlo insieme. Il martirio non va cercato, perché sarebbe un peccato d’orgoglio. Ma la vita va vissuta sino alle pieghe estreme.

E la vita dei sette monaci bianchi è qui, in Algeria, tra gente d’altra religione eppure amica, tra povertà e mille sacrifici. Ma perché siete qui, chiederà una ragazzina innamorata al vecchio monaco padre Luc? “Per un amore più grande”, risponderà lui, “Per un’attrattiva più grande”, che tutto ricomprende e tutto abbraccia. Tutto. “Des hommes et des Dieux” (Uomini e Dei, in italiano Uomini di Dio), è stato un caso cinematografico nel 2010, ed oggi lo è ancora di più. Lo ha firmato un regista non credente, Xavier Beauvois, che, prima di girare, ha scelto di trascorrere un periodo nel monastero cistercense di Notre-Dame de Tamié fondato nel 1132 da Pietro di Tarentaise. La sua opera, premiata a Cannes, ha fatto discutere la Francia eppoi l’Europa intera. Ma non tanto per i richiami a Dreyer o a Bresson. Ma per le domande profonde, antiche e nuove, per gli interrogativi, che la pellicola pone. Che significa vivere oggi, che senso dare all’esistenza, cosa c’insegna una piccola comunità di cistercensi? E l'altro, per noi, chi è? E perché la guerra?






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 29-08-2011 alle 18:09 sul giornale del 30 agosto 2011 - 1885 letture

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